Lettera al Forum delle donne

Care compagne e amiche del Forum delle donne di Articolo Uno,

volevo condividere con voi qualcosa di voi e me assieme, se vi pare.

Parafrasando l’illustre studioso umanista scomparso quest’anno, Armando Gnisci, che chiese di entrare nella Compagnia delle poete,  sto rimuginando di chiedere di poter entrare servilmente nel Forum delle donne di Articolo Uno, partito di cui sono dirigente nazionale, ma anche militante femminista. Un partito di sinistra è un partito contro ogni diseguaglianza o non è, non è completo. Un compagno lo è nel pieno e più profondo senso di questa parola, con prese di posizione precise in luogo di pacche su spalle patriarcali, o beh, lo è meno. Il mio compito, il mio desiderio come uomo politico e come maschietto, sento e credo fermamente sia quello di contribuire a questa completezza, che non proprio a caso è parola femminile.

Come disse il già citato alla poeta Mia Lecomte, il mio progettino è questo: fare il fool, un matto seguace del Forum somigliante al Fool della carta zero degli Arcani dei tarocchi. Non entrerei mai nel dibattito vostro né tantomeno nelle vostre decisioni, poichè di maschietti che dibattono e decidono per voi, ne avete avuti e subiti dannatamente ben più che abbastanza. Il mio apporto sarà di ascolto, arricchimento (mio), di acqua e caffè che potrò portarvi alle riunioni. Ubbidendo alla vostra sapienza femminea. Questo è il nocciolo della mia folle idea maschile in vostro onore. Vorrei entrare, ogni tanto, a qualche riunione come un babbeo e servo sconnesso, ma anche politico, a mio modo, per il fatto stesso di esserci. Vorrei vivere in un angolo come un calibano ubbidiente che partecipa al Forum della magica volta, ogni tanto, per imparare ad essere compagno, anche se storto e buffone. Sono, d’altra parte, un uomo di più dove e come in un mondo che è tempo venga guidato, governato dalle donne, pertanto io in quanto tale finito in una vita di exil interieur, come dice il gigantesco e femministissimo poeta creolo martinicano Édouard Glissant.

È, questa, la direzione che fin troppo lentamente ma finalmente ha preso il mondo. Non avete, lo so, certo bisogno di indicazioni ulteriori per quello che è il vostro destino, che in castigliano vuol dire ‘direzione’, l’avete ben chiara da tanto tempo e infatti quel che credo quanto più intimamente debba fare un uomo di sinistra, un compagno, sia oltre quello di spezzarvi il pane e servirvelo con acqua e caffè, proprio quello di accompagnarvi. Un passo indietro, però, dopo troppi davanti.

Fatemi sapere, fatevi sempre sentire.

vostro,

david

 

raw

A(r)mando, apprendendo il Mondo. adieu donc

Stanotte ho scoperto che si può perdere un padre anche se non se n’ha mai avuto uno.
La comaresecca, come lui chiamava la morte, s’è venuta a prendere Armando Gnisci quando ha voluto lei, come accade sempre da stramilioni di anni.
Da qualche parte tra una quindicina abbondante e una ventina scarsa, d’anni fa, su una corazzata tutto sommato sgarrupata e che si stava autoaffondando da tempo, affondata dalle ingiurie e dalle genti, del tempo, La Sapienza di Roma, ci incontrammo.
Io stavo per abbandonare, quella barca bastarda, stavo per lasciare i miei studi, che non suscitavano in me, così come i propri magistrali maestri-baronetti, ballerine e nani piccolissimi, alcun sussulto, alcun suscitare, alcun senso. Non avendo il fardello di granché senno, e avendo tutto il peso della leggerezza della sfacciataggine dei miei vent’anni abbondanti, venticinque scarsi, presi la decisione di provare un ultimo corso, d’acqua, di studio, d’andare a un’ultima lezione per poi salutare, scendere, e davvero prendere un qualche mare, aperto.
Vento o chissà cosa volle che strambai due volte a sinistra, e mi ritrovai in fondo a un corridoio che – quanto sciocco! – mi parve poco illuminato, e invece si rivelò tale più di qualsiasi romanzo di un Safran Foer del cazzo.
Entrai alla mia prima lezione di Armando, che per me avrebbero dovuto rappresentare l’ultima, l’ultimo hurrah che m’ero concesso, l’ultimo concerto dell’orchestra del Titanic dell’università italiana picconata come la sapienza e la cultura tutta dal berlusconismo brutalizzante prima di abbandonare, forse abbandonare l’Italia stessa.
Allo scoccare della pausa tra quelle due ore, ad alcuni studenti stranieri che stavano lasciando i loro borselli sulle sedie per andare a prendere un po’ d’aria dall’apnea di quell’immersione magnifica, stupefacente come ogni più profondo abisso, Armando disse di non lasciare, quel borsame, che sarebbero dovuti essere più accorti, che avrebbero potuto esserne privati o chissà cosa, chissà da chi.
Intervenni. Dissi loro che il professore giuocava, goliardicamente, ma dovevano stare tranquilli e avere fede, nessuno li avrebbe privati di quanto posseduto. Armando s’infuriò. D’altra parte un gigante non può esser in alcun modo definito un goliarda. M’attaccò con una foga che era propria di due naufraghi appassionatissimi come lui e me, si sbracciò, come le bracciate di uno che vuole nuotare non solo quel momento ma tutto questo mondo. Per questo la riconobbi, lo riconobbi subito, dopo quella primissima ora del nostro naufragare assieme, e mi salvai. Mi sfidai. Lo sfidai. Il giorno dopo non avrei dovuto mai più mettere piedi in un’università, e probabilmente levarlo per sempre da Roma e dall’Italia, ma mi presentai nuovamente a lezione, che il giorno prima avevo seguito dall’ultima fila. Mi misi in prima. Non mi alzai, neanche per andare a prendere aria, non lo feci più neanche negli anni successivi e Armando divenne il mio relatore di laurea, oltreché le altre due mani del libro che scrivemmo assieme, il suo ultimo, Esercizi italiani di anticolonialismo, il più grande onore della mia (co)esistenza da intellettuale. In copertina, una barchetta e alcune figure, tra le quali senz’altro il Maestro e l’allievo, lui e me, Nos, autem cui mundus est patria velut piscibus equor [Noi, per i quali il mondo è la patria, come l’acqua per i pesci, come dal nostro comunemente amato Dante Alighieri del De Vulgari Eloquentia, I, VI, 3 che citiamo in testa in quella nostra barchetta di carta].
Armando Gnisci è stato il più importante, il più cruciale, vitale ed eminentissimo studioso della decolonizzazione e della transculturazione, della letteratura del mondo e delle letterature comparate, che lui ideò e fondò come scienza gaia davvero nei primi anni ‘80.
Un pioniere puro e pazzesco. Un luminare. Un illuminatissimo.
E un irregolare, un radicale, che nella camicia di forza peraltro sdrucita di un’accademia italiana non solo votata al dogma ma alla deriva stava stretto, pertanto nel 2010 scelse di scendere, abbandonandola, in un gesto riottoso e rivoluzionario, abbandonandosi al rimettersi a solcare ogni mare senza alcuna costrizione o confine, come tutto un immenso porto da coabitare, da imbastire, imbastardire e ibridare, da salvare salvandoci, assieme tutti.
Come scrisse nel nostro Esercizi: “Si tratta di una faccenda di esilio interiore? O di una resa dei conti condotta con relitti del rancore e di un disprezzo verso la mia propria patria e i miei concittadini, o addirittura di insulto e offesa per loro, e di umiliazione nel dovermi riconoscere come italiano e poi come europeo? Tutto ciò in parte è vero, è materia e forma non risanata ancora della mia esistenza, infatti, ma si tratta anche di altro. Cos’altro? Sarete voi, lettori italiani, a percepirlo, a individuarlo e a giudicarlo, giudicandoci. Per diventare un po’ più sani, insieme
Non sol sani, ma salvi. Non solo in quel libro, assieme ci salvammo. Ci salvasti, Armando.
Ora che infine hai abbandonato la nave della terrena esistenza e salpato sulla zattera dell’immortalità, non possiamo che seguitare a seguire la tua stella polare che è stata e che sarà sempre lo stesso salpare. Nato l’anno in cui nacque la Repubblica Italiana, venuto da una terra Franca di nome Martina, nella Valle d’Itria, a Roma da molti anni viveva (non credo fosse un caso) in Via della Costellazioni. Davvero, c’è a Roma una via così e lui era lì!
E proprio come fin dai fenici, lui spregiava le stalle dell’accademia limacciosa e seguiva le più bianche stelle per salpare illimitatamente, sempre, ovunque.
Le sue lezioni erano il trionfo dell’umanità, l’ultimo hurrah (quello sì) dell’università italiana, che dopo di lui non ha più avuto un Professore suo pari, nelle umane scienze.
Ogni singola sua lezione era più che illuminata, era abbacinante, ancora oggi i fortunati naugraghi che come me v’approdavano non soffrono il sopravvento del buio d’oblio e le ricordano chiaramente, le indimenticano inesauribilmente. Furono le più profondissime ore della mia formazione di essere umano in quanto tale e di intellettuale in quanto ininquadrabile & irregolare. Di uomo. Di bimbo venuto su senza padre e immersosi in un abisso d’un fondale immane, magnifico, immaginarsi finalmente non più solo, finalmente salvo, finalmente, maledizione, stupefatto.
Amando Armando, ho appreso il Mondo.
Da quel giorno alla Sapienza in cui cambiò l’intero corso della mia esistenza, a tutti i tanti che talora mi dicono – perchè non te ne vai dall’Italia, proprio tu? – sorrido, mi tuffo in quel ricordo e riemergendo sul pelo del Paese ricomincio a nuotare e salpare, a lottare anche in questo dolceamaro mare, come lui-come neanch’io ho mai smesso di fare.
Mai smettendo di sbagliare, da bravo riottoso, ribelle, irreprimibile irregolare, proprio come era lui. Un Professore (accademia) oppugnatore (anti). E che quell’unica prima nostra volta, sbagliò ad attaccarmi, ma tutte le successive sbagliai io, e appresi lui, appresi pressoché tutto. Che tutti sbagliano, al suo cospetto, persino i correttori automatici del monoliti ipercibernetici: la prima volta che su Word scrissi Gnisci, scopprii che lo cambiava automaticamente in unisci.
Che a ben vedere, e ad altrettanto sorridere, è quel per cui ao – minuscolo come maestosamente come a volte si firmava – ha navigato tutta la vita.
Ora che prendi il largo, Maestro, fratello e padre mio, ci sei finalmente riuscito. Adesso a noi tutti ti sei per sempre, infinitamente, unito. Stanotte ho pianto, ma ho sorriso, perchè come tu pur non sapendolo e non stando più qui m’hai insegnato stanotte stessa, a cosa servono le lacrime se non, anch’esse, a nuotare?
adieu donc*
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*adieu donc come mi raccontò Armando è il saluto che Montaigne usa il 12 giugno del 1580 per firmare la prefazione agli Essais. Alcuni critici sostengono che il 12 giugno 1580 fu un giorno tempestoso. Altri, certi bambini di Bordeaux, affermarono, il 12 giugno 1580, che quel giorno fu bellissimo e che loro giocarono tutto il giorno a palla nel giardino del Castello di Montaigne, a una 50ina di km dalla città. Adieu donc vuol dire “A presto e salute a voi, così come voi la chiederete per me. Dovunque voi siate. Mentre io la chiedo da ora per voi e per tutti i secoli a venire, come fece Lucrezio con le luci”. Non certo “Addio, infatti non ci vedremo e non ci sentiremo più, anzi spero, di non vedervi più, ecc”. Il 17 giugno 2019, quando morì Armando, fu un giorno buio. Il 18 e ogni giorno successivo, tuttavia, grazie a lui furono illuminatissimi di luce, come quel che si dice si veda un attimo prima di morire, e io credo, un attimo dopo di nascere ancora, e continuare, come quando eravamo pesci, a nuotare