🔴 🔴 🔴 ADDIO ARTICOLO UNO, RESTO A SINISTRA

Ci sono momenti, nella vita d’un uomo ed uomo politico, nella vita d’una comunità partitica, in cui delle decisioni bisogna pur prenderle.

È quel che ho detto al congresso nazionale di Articolo Uno: che quello fosse, dovesse essere, sarebbe dovuto essere il momento democratico delle decisioni.

Si sarebbe dovuta dare e tirare una linea, che fosse una linea, non dei puntini di sospensione. Non decidere di non decidere. Nessuna, ennesima, resa all’attesa.

Negli ultimi 6 mesi vista congresso, più che prima, sono sceso in campo e ho lottato.

Ho lottato chiedendo il congresso, che s’è infine tenuto e tenuto a scadenza naturale: non era scontato. Ho lottato per spezzare l’incantesimo dell’autoinganno dell’attesa eterna del Partito Democratico. Dell’eterna mai nascita di Articolo Uno. Ho combattuto per dare speme e spinta alle idee di quello che era o doveva essere, anche in tante nostre prediche e ahinoi mai nelle buone pratiche, il nostro orizzonte duplice e non disgiunto: la questione sociale e la questione ambientale. L’eguaglianza. La sinistra. Ho lottato per e con tante e tanti iscritti militanti da ogni angolo del Paese che la pensano come me.

Ci ho provato, ho scritto con voi una mozione da primo firmatario e candidato Segretario nazionale per rappresentare quella linea d’azione invece che d’attesa, quell’orizzonte di sinistra invece che di centro, autonoma invece che ancillare, eco-socialista invece che élitario-moderata.

Avevo promesso a tante e tanti di voi che sarei andato fino in fondo, costi quel che costi, che ci avrei provato fino alla fine. Fino alla fine l’ho, l’abbiamo fatto.

Alla fine ho perso.

Poco fa ho presentato le mie dimissioni dalla segreteria nazionale di Articolo Uno, dove ho sempre rappresentato l’ala più radicale di sinistra, che ora con me toglie il disturbo. Non è mossa granché furba, a pensarci: con le maggiori credibilità e conoscibilità che mi son – mi sia consentito – conquistato sul campo, avrei gioco più facile e più fruttuoso, più furbo a rimanere a presidiare, con maggiore autorevolezza di prima, quell’area internamente al partito. Però, sapete cosa? Sarebbe convenienza personale, il che lo trovo terribilmente sconveniente. Persino irrispettoso, non soltanto della mia storia politica, ma innanzitutto della comunità partitica che oggi lasciamo. Perché si può non condividere una linea politica, si può non approvare un voto congressuale, ma si deve sempre, comunque, rispettare. Io l’intendo rispettare e non intendo disturbare. È legittimo che una linea venga portata oltre la linea d’ombra, per dirla con Conrad, senza spine sinistre nel fianco a rompere le scatole. Questo è il rispetto che ho per la nostra comunità e per la democrazia, e in fondo paradossalmente (ma neppure tanto) anche per me stesso. Mi è stato peraltro lasciato inequivocabilmente intendere con precisi atti politici in definizione dei nuovi organismi, come il mio e nostro dissenso non avesse più posto nel percorso politico verso il Partito Democratico, e allora ne prendo atto senza ineleganza o intemperanza, invero senza neppure perdere il sorriso.

Mentre scrivevo le mie dimissioni, ricordavo le parole di Roberto Gervaso, per cui in Italia, il modo più sicuro per conservare il proprio posto è minacciare le dimissioni. Ecco, in questo come in altro sono un italiano e politico un bel po’ atipico: la coerenza la porto fino alle estreme conseguenze, mi costassero persino me. Io il fare lo faccio, non lo minaccio. Le dimissioni le do. Eccole.

E mentre pensavo (e facevo!) questo riflettevo su come vincere sia bello, perché vuol dire che hai prevalso, ma perdere è bellissimo, perché vuol dire che ci hai provato.

La mistica francese Thérèse de Lisieux diceva che le prove aiutano molto a staccarsi dalla terra, fanno guardare più in alto, al di là di questo mondo.

Ho visto e attraversato molto del nostro mondo (compagno), in questi 3 anni, e sentito tante delle compagne e compagni che lo abitano, lo animano, in questi 6 mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Ho ascoltato molto, in questi giorni, tante vostre parole: innanzitutto ci tengo a precisare che siete troppo generose e generosi, non so davvero se meritare tutte le cose che mi avete detto, e in ogni caso sappiate che non le avete dette a una persona, ma a un’idea politica, a una pluralità di pensieri e persone (in molti casi inclusi voi stessi): è questa una precisa posizione politica, è una postura esistenziale. Non il noi prima dell’io, bensì il noi e basta, dell’io nemmeno l’ombra, nel noi tutto l’orizzonte. Da pari a pari, o da nulla a niente.

Tra le tante parole ricevute le più ripetutemi son state due: la prima è coraggio. Ce ne sarebbe voluto tanto e mi pare di averlo avuto tutto. Fino in fondo, fino alla fine, quando vi ho chiesto, momenti prima del voto finale al congresso nazionale, di non votare contro Roberto Speranza perché per quel che nell’ultimo biennio ha dovuto fare e fatto con disciplina ed onore, non lo meritava, e al contempo, per restare leale a noi e alle nostre idee, ho scelto di farmi carico personalmente di tutto il peso dei nostri No, e ci ho messo la mia di faccia, non volendo bruciarne nessun’altra, rappresentandone ma tutelandone ogni, altra.

La seconda parola che mi avete rivolto è coerenza. Beh, lasciatemi dire che io credo non ci meritassimo nulla di meno di questo, non un’oncia.

Nella mia vita politica assieme a straordinarie soddisfazioni ho avuto delusioni, perso battaglie, fatto errori e persino sciocchezze, ma non ho mai difettato in fare e insistere in ciò che credevo giusto. Non conveniente, davvero mai conveniente, ma non me n’è fregato mai niente. Lo credo giusto, e tanto basta. Ecco, io credo non sia giusto che il nostro destino, inteso tanto in italiano quanto in castigliano – ove significa “destinazione” – sia quello di un accordo piccolo piccolo di confluenza nel PD per le prossime elezioni politiche. Il Partito Democratico è un importante presidio della democrazia repubblicana odierna, e naturalmente per la prossima congiuntura elettorale bisognerà dialogarci e giungere a un’intesa basata sulla cose da fare per disarmare le disuguaglianze, ma allo stesso tempo è una scatola bianca vuota, priva di ideologia con all’interno, tuttalpiù, contraddizioni legate a doppio filo col governare pur di governare a tutti i costi e con tutti i governi, come d’altra parte fa da più di dieci anni ininterrottamente, con la sola effimera eccezionale parentesi gialloverde. È del tutto lecito, ma è del tutto insufficiente.

No, quel che c’è non basta, e adeguarsi, acconciarvisi per mancanza di coraggio non serve a nessuno e a niente; prevedeva Fabio Mussi all’ultimo congresso dei DS nel 2007, 15 anni fa proprio l’anno in cui sono entrato con tutte le scarpe (rotte, eppur bisogna andar) in politica: «[…] ho l’impressione che il Partito Democratico non recupererà tutto […] lo spazio del centrosinistra. Ci sarà una parte grande della società italiana, che guarda a sinistra, che non si sentirà rappresentata».

Aveva ragione.

Dobbiamo provare a rappresentarla ed è ciò che faremo, altrove. Non più in Articolo Uno, non mai nel PD. Sia detto con tutto garbo e pieno rispetto anche nei confronti di chi non è ancora pronto a fare un passo là fuori oggi: lo aspetto, perchè rischia di ritrovarsi lì dentro dopodomani. Il Congresso è sovrano, ha deciso e per esercizio di igiene intellettuale con sé stessi tutto si può fare, adesso, tranne che prendersi in giro allo specchio raccontandosi che nulla è ancora deciso, tutto può cambiare. Che il tempo è tanto e la partita si rigioca e il risultato cambia e sarà tre volte avvento, Natale e sol dell’avvenire. No, la partita l’abbiamo persa ed è finita. Bisogna andare oltre, lo specchio, come Alice, in quella bellissima storia.

Prima d’aprirne un’altra ci sono molti modi per chiuderla, una storia. Spesso, la chiusura è burrascosa, ed ecco che volano stracci e schizzi, di fango, e polemiche, neanche pretestuose, e rabbia, anche legittima, e accuse, persino fondate.

Noi però no. Siamo persone perbene, facciamo le cose pulite. Io a coraggio e coerenza nel salutare con garbo mi sento in dovere, e piacere, di affiancare compostezza, senza sbraitare polemiche o sbattere porte. Né sputare nel piatto dove ho mangiato, o meglio sul pane che ho spezzato, perché è questo che vuol dire compagni, come mi ricordò Rossana Rossanda prima di divenire eterna: è una parola bellissima, che indica colui con cui si spezza il pane.

Sono grato per ogni singolo morso, per ogni singola briciola, per ogni singolo giorno, per ogni singolo militante che ho incontrato in questi mille e rotti giorni.

Qualche giorno fa era Primo Maggio e l’ho scritto qui: da quando entrai in un partito che nella sua ragione sociale ha il lavoro, dall’articolo uno della Costituzione, ho preso un’abitudine: ovunque io vada, dove c’è un lavoratore con cui interloquisca nell’esercizio delle sue funzioni, mi congedo sempre con «Buon lavoro!».

Potrà sembrar niente, invece per me vuol dir tanto, ed è tra le cose di cui sarò grato e porterò con me sempre. Senza mai perdere la tenerezza, come in quella frase del Che che così tanto amo.

E ogni volta sarà un po’ anche a saldare il mio debito di riconoscenza per tutte le compagne e i compagni di una bellissima comunità, dalla prima all’ultimo ci tengo a dire, indipendentemente da come ci s’è divisi ai congressi in tutta Italia, tra il 10% di contrari & astenuti che una volta di più ringrazio, e il 90% di favorevoli che rispetto.

Come ho detto dal palco del Congresso nazionale: se il PD farà quel passo di sinistra tanto atteso, mi direte: avevi torto. Ne sarò contento. Se non lo farà, e sarà rentrée nel PD, con presa di tessera o ospitata in lista, mi direte: avevi ragione tu, David. Non ne sarò contento. Lo sarò se avremo ragione di ogni nostra paura – che non a caso fa 90 – di essere noi stessi e non sfarinare verso destra, e se andando avanti ci ritroveremo da qualche parte e prendere, parte, allora sì, avremo da esserne contenti e compagni.

Il compagno di base prima che di qualsiasi altezza David spera solo d’aver fatto qualcosa di buono e lasciato un buon ricordo; a giudicare dagli attestati che mi avete accordato, tra chi mi stima per coerenza e coraggio, e chi mi accorda ‘semplicemente’ affetto, quanto a riguardo e rispetto sono in maggioranza nel partito, ben oltre il 90% e posso dirlo con sorriso a trentadue denti e tredicimila militanti.

C’ho messo il cocciutissimo cuore e ho fatto la mia parte, il mio pezzetto; da Uno: conoscerci, il censimento delle competenze di tutti gli iscritti che ho pensato e poi realizzato (son fatto così: quel che dico faccio) che ha connesso sentimentalmente e operativamente tantissime e tantissimi di noi, riempiendo i dipartimenti del partito in tutta Italia e attivandoli e accendendoli di vita e intelligenze, a quello che ho guidato di dipartimento, sempre da primus inter pares: Innovazione, democrazia digitale e nuove tecnologie. Con un pizzico di orgoglio collettivo crediamo sia stato tra i più operosi, forse addirittura il più vivo del partito, e siamo molto fieri di DiGiTALiA, Manifesto e contestuale Stati generali dell’Innovazione tenacemente tenutisi in piena pandemia.

C’è da essere contenti, del pezzo di strada fatta assieme, e c’è nel bene e nel meno bene, perfino nel male, da non avere rimpianti, io ho solo ringraziamenti.

In questi giorni ho riflettuto con tanti di voi che fanno oggi e faranno nei prossimi giorni e settimane questo passo con me, e ancora rifletto con tante e tanti che non lo faranno: state continuando a scrivermi (continuate a farlo!), e ciascuno concorda che c’è tanto da fare. Qualcuno pensa “verso destra”, noialtri crediamo a sinistra, e allora la #sinistra saluta, serena.

In uno degli ultimi messaggi sul mio telefono leggo: «colgo l’occasione per dirti che ho apprezzato la tua coerenza …non sempre condivido le tue posizioni…ma sarei felice di poter camminare insieme».

Certo che sì. Per altre strade, ma stesse scarpe, con idee e verso orizzonti che stiam già coelaborando e a breve condividerò, e in tutti i sensi condivideremo, perché da soli si va più veloce, ma insieme più lontano.

A tutte e tutti noi, comunque sia andata, dovunque vada e ovunque sia il destino: Buon lavoro!

LA MIA CANDIDATURA DI SINISTRA AL CONGRESSO DI ARTICOLO UNO

[È un post un po’ esteso, ma è il più importante che faccio in 4 anni di vita politica]

Un mio vecchio maestro di matematica, poco prima dell’esame finale di terza media, ci disse: «il giorno prima dell’esame non statevene a studiare, quel che avete fatto avete fatto, decomprimete, fatevi una bella e lunga passeggiata, espirate, inspirate».

Non ho mai dimenticato quel suo insegnamento finale, e ieri mentre la Commissione congressuale esaminava la mia candidatura a Segretario nazionale di Articolo Uno, me ne son andato passeggiando fino a Pechino: sono andato all’Opera a vedere la Prima della Turandot di Ai WeiWei, il più grande artista interdisciplinare vivente.

Antefatto: come non è mistero, in segreteria nazionale di Articolo Uno son sempre stato ‘il più a sinistra’, un po’ soletto lì ma non nella base, del partito, da sempre di una sinistra “di governo” ma che sia sinistra, che sia, che non sia eternamente rivolta alla sua destra, al Partito Democratico. Che ci sia stata in questi anni una divaricazione, oltreché una mancanza di comunicazione, tra base e altezza del partito, è un fatto, grave.

Che non si sia fatta la sinistra, fatto il partito dell’ecosocialismo e del lavoro, autocommissariati nell’attesa di un’apertura democratica che non è avvenuta né avverrà mai nelle misure e maniere che cantileniamo compulsivi ormai da un lustro, è ancor più, grave, e ho espresso ciò a viso aperto ad ogni occasione in ogni sede, dalla segreteria, alla direzione, all’assemblea nazionale, nelle assemblee regionali fino a quelle della mia città, Roma.

In questo solco ho chiesto il congresso, dapprima da solo – e non propriamente ascoltato – in sede di esecutivo nazionale, poi negli ultimi mesi assieme a qualche segretario regionale e via via a “scendere” fino all’ultimo degli iscritti. Diverse voci, un coro piuttosto compatto.

Infine il congresso è stato concesso: era normativamente previsto, non necessariamente scontato.

A quel punto, in un congresso a mozioni contrapposte, c’è poco da fare, anzi una cosa sola: una mozione. Alternativa. Di conflitto, che poi è un altro nome del confronto. Ed è un conflitto che non fa morti: è un confronto che rende tutti più forti, tutto il partito. Il pluralismo, d’altra parte, è il fondamento della salute della democrazia.

Ho quindi co-elaborato, assieme a diverse e diversi compagni qui e là per l’Italia che han messo a disposizione le proprie idee e intelligenze, professionalità e passione, una mozione:

«e noi a sinistra, invece». eccola qui: https://bit.ly/3wv7dij

La spinta decisiva a mettere in campo questo sforzo di alternativa, è stata proprio la lettura della mozione di Roberto Speranza.

In essa, si domanda di decidere di non decidere, chiedendo esplicitamente mandato per poter continuare ad attendere il Partito Democratico, dietro la foglia di fico delle Agorà ancora in corso, come se dovessimo chiedere e attendere il permesso ad altri, prima di decidere cosa fare da grandi.

E sì, l’abbiamo letta tutti da tempo in direzione nazionale, perché la mozione Roberto l’ha potuta depositare per regola ad hoc molto prima, avendo poi tutto il tempo di raccogliere le 15 firme necessarie sul centinaio di membri della direzione nazionale prima che chiunque altro potesse scendere in campo.

Poco male, non è proprio esattamente rispondente al principio di “pari opportunità” tra le mozioni e i candidati a più riprese enunciato dal regolamento, ma non fa niente. Deposito tempo dopo (quando mi è concesso) la mia mozione, e sorprendentemente proprio nelle ore a cavallo del deposito le firme sulla mozione di Roberto triplicano, passando dalle originali 21 a una sessantina, tre quinti delle firme dell’intera direzione nazionale. Parallelamente, nell’inoltrare la mia mozione alla direzione stessa, la mail linka però quella… di Roberto, per giunta adesso con le 60 firme in improvvisa, imponente evidenza (eccola qui, non si parla delle mozioni assenti e dunque ve la presento 🙂 ): https://articolo1mdp.it/…/e%CC%80iltempodellasinistra…

A quel punto, come poi in privato ammetterà un membro della commissione congressuale nazionale, diventa de facto quasi impossibile per la mia candidatura venir confermata.

Non mi perdo d’animo però, e non lascio comunque nulla di intentato, cominciando un matto e disperatissimo lavoro di ricerca dei contatti della direzione nazionale. Raccolgo firme nel Lazio, in Calabria, in Umbria, in Piemonte… alcune datemi non per sposare appieno la mia mozione (che comunque viene apprezzata trasversalmente) ma per il bene di un confronto congressuale più democratico, plurale. C’è poco da fare però: le 60 firme spuntate immediatamente prima del mio deposito sono troppe, e qui mi vengono in soccorso gli insegnamenti del mio vecchio maestro di matematica: ne restano 40. Di queste 40 una venticinquina abbondante sono persone che in molti casi mi rispondono con gran garbo, che mi spronano e mi fanno in bocca al lupo, ma che per ragioni non dissimili da quelle che porto nella mozione non ne vogliono più sapere nulla di Articolo Uno, non rinnovano la tessera da anni, non vogliono averci più nulla a che fare, come nelle due nelle foto.

Rimangono forse meno di 15 persone: meno delle firme necessarie. Non riesco a recuperarne pur uscendo matto i contatti, e allora li richiedo informalmente alla commissione e mi viene risposto che con la scusa della “privacy” non mi possono essere date. Neanche un indirizzo e-mail (nel 2022!), niente. Non avrò neppure la possibilità di chiederle, insomma, quelle firme.

Non è a mio modesto avviso granché giusto che un candidato non abbia i contatti che ha un altro, una volta di più contravvenendo al principio affermato dal regolamento di pari opportunità, ma non mi perdo d’animo neppure a questo punto, chi mi conosce sa che per abbattermi non basta tagliarmi le gambe o togliermi la parola: devono spararmi. Più d’una volta, anche.

Mi viene in soccorso il regolamento stesso però, che non vieta – e dunque in punta di diritto consente – di far sottoscrivere più d’una mozione, non come avallo politico ma per consentirle l’accesso alla contesa democratica. È un po’ come per i referendum: se firmo quello del fine vita consento a quel referendum di essere successivamente portato al voto, ma non vuol dire che lo stia già avallando, né che voterò in un senso o in un altro o affatto, neppure che lo stia già sostenendo, altrimenti la successiva consultazione referendaria stessa sarebbe un voto doppio, ripetuto. Norma alla mano ho ragione, e comincio quindi la scalata in solitaria. Più d’una persona, quasi la maggioranza delle persone che hanno formato la mozione di Roberto Speranza, trova giusto – in dei casi neppure condividendola politicamente – permettere la parola, l’agibilità politica alla mozione di David Tozzo. La cosa monta, colgo segnali di insofferenza al riguardo sino alla sorpresa: una risposta a un membro della direzione nazionale proprio circa questo firmare per consentire il voto viene girata irritualmente (era una risposta privata) dall’organizzazione nazionale a tutta la direzione nazionale, affermando come sia “evidente” (non lo è, e non è così) che non si possa firmare più di una mozione. È la pietra tombale: è tecnicamente, matematicamente non permesso presentare altre mozioni che non la prima, presentata prima, e che arriverà prima, senza seconda.

Mi arrendo, finalmente, a questo punto, secondo voi?

No. Non lo faccio perché lo devo alle tante e tanti militanti che mi spronano, che mi dicono che hanno finalmente trovato un senso a questa morte apparente, a questa attesa eterna di Godot, questi cinque anni di Articolo Uno: ricorro. Ovviamente il ricorso è fondato, pari opportunità vuol dire opportunità pari, non disegualissime, tanto che a conferma la commissione comincia a contattarmi informalmente (più volte), in uno sforzo di composizione che apprezzo e che accetto, fino al sacrificio finale che offro per non sfasciare tutto. Perché la sopravvivenza in vita del partito viene prima persino della vitalità democratica dello stesso. La vita prima della politica. C’è un’apertura concreta, un compromesso, e si prova a chiudere: a sorpresa poi la chiusura, ma quella netta, durante il primo atto della Turandot, e il respingimento totale del ricorso.

Per completezza e correttezza, proprio stasera giungiamo a un nuovo accordo politico, che tengo com’è giusto riservato e che non ho dubbi verrà rispettato.

Racconto questo perché come ho invocato nelle nostre sedi, e scritto di recente anche sull’HuffPost Italia (https://bit.ly/3Nd0bVA), quel di cui avremmo (avuto) bisogno è un congresso di verità e di chiarezza. Di conflitto, come detto, di cui arricchirci reciprocamente.

E invece no, niente mozione, niente confronto, tutto previsto, niente pathos. Un congresso a mozioni contrapposte senza mozioni, senza congresso.

E sì che differenze ci sarebbero, ci sono, a scorrerle le due mozioni:

una guarda a destra (verso i democratici), la nostra a sinistra

una parla di riformare il capitalismo, la nostra di abbatterlo e superarlo

una parla di Governo Draghi, un’altra d’uscita da quel Governo dell’emergenza con la fine dello stato di emergenza

la nostra parla di noi, Articolo Uno, l’altra ancora tanto, troppo di Partito Democratico

Potrei continuare. Non potrò continuare.

Io credo che ci meritassimo di meglio e di più. Io credo che su 13.500 iscritti in tutto il Paese che almeno 2 potessero essere votati Segretario nazionale e 13.498 confrontarsi, scontrarsi e incontrarsi, scegliere, votare democraticamente, sarebbe stato un bene per tutto il partito, per il congresso stesso. Non rendere possibile questo, è sbagliato, da tutti i punti di vista, è persino sciocco, senz’altro cieco e sordo.

Allora? Allora il mio invito non è a disertare. Il mio invito è a resistere, continuare a insistere in ciò che crediamo giusto. Salvo sorprese non ci sarà la mia candidatura né la mia mozione al congresso, ma continuate a leggerla, a scrivermi, a condividerla con le compagne e i compagni, a farla vivere. E non disertate. Non sono il bimbo viziato che mette il broncio e se ne va via col pallone, e quindi vi chiedo di partecipare comunque al congresso. Non vi biasimo se ora ne avrete meno voglia, è naturale, ma io sono un iscritto Articolo Uno, prendo parte, persino quando non mi fanno partecipare. Lotto, non boicotto. Magari barcollo, ma non mollo 🙂

Ma sono anche il compagno coerente: Il mio invito a questo congresso rispetto all’unica mozione in campo, che non condivido nel metodo né nel merito, è di non votare a favore (dunque astenersi o votare contrari), ma di votare, non di voltare le spalle. Chi è assente ha sempre torto, e chi torna nel bosco lo rispetto, ma poi lo riaspetto.

E un’altra cosa: lasciatemi essere il primo tra tutti noi 13.500 a fare le congratulazioni a Roberto Speranza per la sua rielezione a Segretario, cosa sgombrato da me il campo non più in dubbio, e dunque de facto già in essere. Sincere, fraterne. Perché tra competitor, e ancor più tra compagni, si fa così, persino quando non possono competere.

Gliele faccio perché, come altresì molti di voi mi avran sentito ripetere più volte, gli è piombata in testa una pandemia più grande di lui, di chiunque di noi, ed è stata – non suoni retorico, non lo intendo, non paia un’iperbole, non la è – la persona che più ha contribuito a salvare vite nel nostro Paese in questi anni pandemici maledetti. Non ha potuto fare il Segretario a tempo pieno, ma questo non è motivo di biasimo, lo è d’orgoglio: perché come ho detto prima, prima c’è la vita, poi nella mia vita subito dopo, ma solo dopo, la politica. A lui auguro che la pandemia ci lasci in pace, e che lui possa fare il Segretario a tempo pieno come meritiamo tutti, lui per primo; a me non auguro nullo, ma sappiata che ce l’ho messa veramente, ma veramente tutta. Sino all’ultima stilla.

Nessun osi, in ogni caso, a imputare a Roberto l’esito di quanto vi ho descritto (né a prendersela con la nostra organizzazione: è fatta di tutte, dalla prima all’ultima, di persone non solo perbene ma ottime. Sono umane, possono sbagliare e credo proprio che questa volta qualcuno di loro l’abbia fatto, ma sono tutti miei compagni, e meritano rispetto).

Roberto Speranza è una persona più, che perbene, ed io di bene gliene voglio tanto. Che non sarà politica, certo, ma come detto sopra è vita. E viene prima di tutto. Anche prima di noi stessi.

p.s.

nelle due foto ci sono due dei messaggi che membri della direzione nazionale mi hanno inviato, grazie a tutte e tutti – soprattutto i compagni di base! – perché mi avete travolto, di messaggi, grazie; nell’ultima ci sono io ieri sera alla fine della Turandot, stanco alla fine più che altro di 4 mesi di campagna pre-congressuale, e naturalmente un po’ deluso che sia finita come l’opera di Puccini ambientata a Pechino, che notoriamente… è incompleta. Sì, stanco, spiaciuto, ma senza mai perdere il sorriso, né la tenerezza, come diceva il Che